Categoria: mostra

  • Fashion in Florence

    Foto Locchi, all rights reserved

    Il racconto della storia della moda a Firenze, progetto nato dall’incontro tra l’Archivio Storico Foto Locchi, il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, il Centro di Firenze per la Moda Italiana e il Gruppo Editoriale, è l’evento di pre-apertura di Pitti Uomo 91.


    La mostra sarà inaugurata a Palazzo Pitti, Andito degli Angiolini  il 9 gennaio 2017. “Fashion in Florence through the lens of Archivio Foto Locchi”: 100 rarissimi scatti dagli anni ‘30 ai ’70 del Novecento  si articolerà in tre sezioni:
    Le botteghe artigiane: quel giacimento di piccole imprese di alto artigianato costituitosi nel Medioevo, che nel Novecento ha favorito la nascita di alcuni tra i più famosi brand dell’alta moda italiana nel mondo.
    Le sfilate e la moda a Firenze: dai primi eventi dopo la Seconda guerra mondiale fino alle sfilate leggendarie nella Sala Bianca, le origini della moda moderna a Firenze ma anche lo stile che emanava dall’entourage fiorentino e internazionale fiorito intorno al neonato sistema moda.
    I personaggi della moda:le Maison fiorentine che hanno dato origine alla storia moderna della moda italiana come Gucci, Salvatore Ferragamo, Emilio Pucci raccontate attraverso i loro fondatori e i personaggi che le hanno rese celebri nel mondo. Il pioniere delle sfilate a Firenze, Giovan Battista Giorgini e i couturier che lo hanno sostenuto come Emilio Schuberth, le Sorelle Fontana, Jole Veneziani, oltre naturalmente ai fiorentini.  
    La mostra resterà aperta fino ad aprile 2017.    

  • Giuliano Ghelli, grande successo della mostra al San Michele degli Scalzi di Pisa


    Andrea Ferrante, assessore alla Cultura del Comune di Pisa e Giovanna M. Carli, 
    critica d’arte e autrice, ph. copyright Giodì 2016, all rights reserved

    Ho scelto la città di Pisa e in particolare un luogo come il San Michele degli Scalzi, per tributare un omaggio all’autore che, se in vita, avrebbe sicuramente trovato nella bellezza del luogo anche la particolarità. – così spiega Giovanna M. Carli, critica d’arte, ideatrice e curatrice della prima mostra dalla morte del maestro Ghelli e continua: “La torre campanaria della Chiesa, facciata incompiuta, parte inferiore rivestita di marmo pende, infatti, cinque gradi, un grado in più rispetto alla torre di Pisa. Questo equilibrio precario, resistentissimo, ricorda la vita dell’uomo, come ogni brano pittorico di Giuliano rammenta una ‘tranche de vie’ e ne riflette un momento peculiare vuoi quando narra una nuova fiaba partendo da quelle tradizionali, vuoi nell’omaggio ai propri padri spirituali, vuoi quando prende spunto da una propria lettura, da un incontro, da un viaggio”.

  • Giuliano Ghelli. Genius Loci, Fiabe dipinte a cura di Giovanna M. Carli

     

    Giovanna M. Carli mentre interviene al vernissage della mostra, mettendo in evidenza i valori
    della pittura di Giuliano Ghelli, ph. by Giodì, 2016, all rights reserved

     “Ho scelto la città di Pisa e in particolare un luogo come il San Michele degli Scalzi, per tributare un omaggio all’autore che, se in vita, avrebbe sicuramente trovato nella bellezza del luogo anche la particolarità. – così spiega Giovanna M. Carli, critica d’arte, ideatrice e curatrice della prima mostra dalla morte del maestro Ghelli e continua: “La torre campanaria della Chiesa, facciata incompiuta, parte inferiore rivestita di marmo pende, infatti, cinque gradi, un grado in più rispetto alla torre di Pisa. Questo equilibrio precario, resistentissimo, ricorda la vita dell’uomo, come ogni brano pittorico di Giuliano rammenta una ‘tranche de vie’ e ne riflette un momento peculiare vuoi quando narra una nuova fiaba partendo da quelle tradizionali, vuoi nell’omaggio ai propri padri spirituali, vuoi quando prende spunto da una propria lettura, da un incontro, da un viaggio”.


    Ma la torre pende per un errore? Lo spiega il professor Grammaticus nella narrazione piana di Gianni Rodari, sottolineando la bellezza nella particolarità. 

    Pisa, Piazza dei Miracoli

    “Per caso, quella sera, c’era la luna. (Anzi, non per caso: c’era perché ci doveva essere). Al chiaro di luna la torre era così bella, pendeva con tanta grazia, che il professore rimase lì estatico a rimirarla e intanto pensava: – Ah, come sono belle, certe volte, le cose sbagliate!”.

    Ed è sempre la forzatura del limite e il coraggio di andare verso il superamento di quello, l’oltre la siepe, cercando la singolarità grazie al proprio sguardo, diverso come diverso è lo sguardo di un artista, che coglie ciò che ai non-artisti rimane celato, quel ‘quid’ che tiene intriso di vivido colore il pennello di Ghelli.

    Un’arte, la sua, messa al servizio degli altri, del pubblico, dei fruitori, per farli sognare e insieme, ripercorrere gli autori più amati, fonti inesauribili di ispirazione e di lezioni di vita. 

    Torre campanaria della chiesa di San Michele degli Scalzi, ph. by Giodì, 2016, all rights reserved

    Per cui cantare l’Itaca insieme a Costantino Kavafis è per Ghelli una dichiarazione di poetica:

    “Se per Itaca – nella traduzione di Filippo Maria Pontani – volgi il tuo viaggio, / fa voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze. / Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi / oh Posidone incollerito: mai / troverai tali mostri sulla via, / se resta il tuo pensiero alto, e squisita / è l’emozione che ti tocca il cuore / e il corpo…”.

    …oppure è un omaggio sublime alla poesia “Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale” di Eugenio Montale, dove i due personaggini, un altro ‘topos’ dell’opera ghelliana, a cui subito il riguardante dà credito, evocano gli ultimi tre versi della lirica:

     “Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue”.

    Ritorna, quindi, il vedere oltre ciò che appare, quando la denotazione diventa connotazione. E nell’omaggio a Montale, Ghelli non mette niente di personale, ma solo, e sempre, un riferimento all’arte, compagna di vita e scandaglio per conoscere se stessi e comunicare agli altri la propria storia personale.

    Andrea Ferrante, assessore alla cultura del Comune di Pisa e Giovanna M. Carli
    nello scatto di Giodì, 2016, all rights reserved

    Con gli occhi dell’arte, si vede ciò che rimane, appunto, al di là della leopardiana siepe. Con gli occhi del fanciullino di pascoliana memoria si usa l’analogia per accostare il piccolo al grande e viceversa, per giungere al cuore delle cose attraverso l’intuito, l’immediatezza e la suggestione, per cantare le piccole cose e attraverso quelle un’intera regione, per poi seguire Picasso che ha “…impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. 

    Ed è alla luce dell’oggi che rileggo l’opera di Giuliano Ghelli, definendo quegli anni Novanta dechirichiani nel continuo omaggio, a parer mio, all’opera del 1912, quell’olio su tela, di collezione privata, intitolato Meditazione autunnale.

    Giorgio de Chirico, Meditazione autunnale, 1912

    “In un limpido pomeriggio autunnale – racconta Giorgio De Chirico – ero seduto al centro di una panca al centro della Piazza Santa Croce a Firenze…il sole autunnale, caldo e forte, rischiarava la statua e la facciata della chiesa. Allora ebbi la strana impressione di guardare quelle cose come per la prima volta, e la composizione del dipinto si rivelò all’occhio della mia mente”.

    L’occhio della mente, una mente onirica e creativa, scandaglio selettivo e interpretativo della realtà che ci circonda, filtrato ancora con la grande lezione del grande metafisico.

    Narrazioni fantastiche che ci fanno guardare a Alberto Savinio, al fratello di Giorgio de Chirico, e a L’isola dei giocattoli (1930), opere a cui Ghelli si dedica dopo l’incontro con Leonardo (“In viaggio con Leonardo”, catalogo edito dall’Harmand Hammer Center of Leonardo Studies dell’Università di Los Angeles, con testi di Carlo Pedretti, del 1992).

    Alberto Savinio, L’isola dei giocattoli, 1930

    Ed ecco le fiabe di Ghelli, numerose, gioiose, coloratissime dal cui novero non poteva mancare l’omaggio ad “Alice’s Adventures in Wonderland”, romanzo fantastico pubblicato per la prima volta nel 1865 da Lewis Carroll , nel delizioso acquerello Alice 2013, perché seguire il coniglio bianco e immergersi in un mondo fantastico è la scelta felice di Ghelli. Come lo è omaggiare uno dei maestri più amati: Italo Calvino: Il bosco del Barone Rampante 2000, Incontri del Barone Rampante 2009, ancora una volta, una dichiarazione di poetica da parte dell’autore che si ‘nasconde’ dietro il personaggio di Cosimo, lui stesso partecipando alla vita da una certa, necessaria distanza.

    Pisa, Centro espositivo museale SMS, San Michele degli Scalzi. Un’immagine della mostra
    “Giuliano Ghelli. Genius Loci, Fiabe dipinte”, ph. by Giodì, 2016, all rights reserved

    Giuliano Ghelli sceglie le fiabe da narrare, con attenzione e cura dei dettagli e nell’impianto scenico si rivolge spesso a De Chirico. Il riferimento al padre della Metafisica è tanto palese quanto non scontato. Nelle opere dell’artista, quelle datate fine anni Ottanta e Novanta, l’omaggio al ‘pictor optimus’ è originalissimo. Ghelli disegna un repertorio di simboli costruendo con quegli stessi un alfabeto colorato e fantastico che ha molto a che fare con Alice, con Pinocchio, con il fantastico repertorio di segni e disegni intravisto con l’occhio dell’artista nel codice Hammer.

    ph. by Giodì, 2016, all rights reserved

    Fonte: courtesy Giovanna M. Carli

    Copyright © 2016, Giovanna M. Carli, All rights reserved

    Info

    Pisa, Centro espositivo museale SMS, San Michele degli Scalzi
    Via S. Michele degli Scalzi, 167, 56124 Pisa PI

    “Giuliano Ghelli. Genius Loci, Fiabe dipinte”  ideazione e cura critica di Giovanna M. Carli.
    Mostra realizzata in collaborazione con Consiglio regionale della Toscana, Comune di Pisa (Assessorato alla cultura),  Archivio Giuliano Ghelli, Associazione culturale Dedalus, APE (Arte Pensiero pErsone), MIR, Muse In Rete.

    Vernissage: sabato 3 dicembre 2016, ore 18.30
    Finissage: domenica 29 gennaio 2017

    Dal martedì al venerdì 16.00-19.00
    Sabato e domenica 11.00-19.00
    (orario continuato)

    Ingresso libero

    Catalogo Polistampa

  • Emo Formichi e la mostra personale nella città di Pienza

    Sabato 12 settembre 2015 alle ore diciassette nella gremitissima Sala del Consiglio Comunale di Pienza, presente il sindaco Fabrizio Fè si si è svolta la cerimonia di inaugurazione della mostra di scultore dell’artista pientino Emo Formichi, promossa dal Comune di Pienza, il Centro Studi Mario Luzi “la barca”, la Fabbriceria della Cattedrale e dalla Pro-loco.

    La cerimonia è stata coordinata dal Vice Sindaco e Assessore alla cultura Giampietro Colombini, che dopo i saluti ed i ringraziamenti del Sindaco ha dato la parola a Nino Petreni, presidente del centro studi luziano, la barca, che da anni segue la vista artistica di Emo Formichi. Petreni ha tratteggiato  la figura umana e artistica dello scultore pientino, le cui opere hanno destato l’attenzione di grandi critici che fin dall’inizio hanno seguito il suo lavoro, la genialità delle sue opere, create attraverso inusitate e misteriose composizioni di materiali vari. Tra loro ricordiamo: Tommaso Paloscia, Antonio Paolucci, Bruno Santi, Piero Torriti, Leone Piccioni, Roberto Vigevani, Giovanna Maria Carli, Graziella Magherini che lo ha definito “l’artista della metamorfosi”, e soprattutto Mario Luzi. 


    Aldo Lo Presti, attento critico d’arte di scuola romana e orvietana, ha ricordato l’amicizia di Formichi con il grande poeta Mario Luzi, cittadino onorario di Pienza, Senatore della Repubblica, per alti meriti culturali. Per le celebrazioni del centenario luziano (1914 – 2014) Emo Formici, ha realizzato la scultura “la barca”, scelta dal Comitato promotore delle celebrazioni come simbolo del centenario. La  scultura, ispirata appunto ad una barca, con evidente riferimento al titolo della prima raccolta di poesie di Mario Luzi pubblicata da Guanda nel 1935,  il 25 novembre dello scorso anno, è stata donata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sotto il cui alto Patronato si sono svolte le celebrazioni luziane, che ha ufficialmente ricevuto al Quirinale lo scultore pientino e la delegazione del Comitato promotore del centenario.

    Ha preso poi la parola Mauro Pagliai della casa editrice Polistampa che ha pubblicato il bellissimo catalogo che accompagna la Mostra: Emo Formichi – Un racconto fotografico di Tamajano, un film di Francesco Faralli. Nel catalogo importanti testi di Mario Luzi, Alfiero Petreni, Paolo Andrea Mettel, Marco Nereo Rotelli, Elio Pecora, Paola Lambardi.

    Giancarlo Bastreghi, uno dei curatori della Mostra, allestita nelle luminose sale della Fabbriceria della cattedrale affacciate sullo splendido panorama della Val d’Orcia di fronte al Monte Amiata, riconosciuto come Patrimonio dell’ Umanità, tanto caro a Mario Luzi, ha illustrato le caratteristiche della Mostra suddivisa in grandi temi: la civiltà contadina (con le sculture ispirate alla vita dei campi, utilizzando i  poveri strumenti e gli attrezzi di lavoro del tempo), la politica ( con la grande scultura “il Parlamento” una grande testa, quasi una Medusa celliniana, accerchiata da una infinità di serpenti,), il sacro ( con un grande dolente crocifisso, realizzato con vari pezzi meccanici di auto abbandonate, e l’angelo dell’Apocalisse), la famiglia (una piccola ma sorprendente maternità, realizzata con povere zappe), ed infine il gioco, il divertissement ( serie infinite di uccelli e ballerine). Al termine, Emo Formichi, genuinamente commosso, ha ringraziato tutti i presenti, il Comune di Pienza e gli altri enti promotori, per la Mostra, da lui sentita come premio per suo lavoro, umano ed artistico. La mostra, che rimarrà aperta fino al 12 ottobre è un’occasione in più per una visita a Pienza ed alle sue raffinate bellezze, e dopo la Mostra consigliamo una visita alla bottega laboratorio di Emo; la famosa “bottega di Emo”, emozionante punto di incontro per vedere all’opera un artista, che ha nella sua lunga storia un bagaglio di vita e di esperienze assolutamente da conoscere ed apprezzare.

  • Come festeggiare i 50 anni? Ce lo insegna Luca Matti

    Carlo Frittelli, Giovanna M. Carli, Luca Matti, Firenze, novembre 2014

    In occasione dei primi cinquant’anni dell’artista Luca Matti, la Galleria Frittelli | Arte Contemporanea ha dedicato un momento molto inteso per festeggiamenti l’evento. Con piacere, su queste pagine, con molte foto e poche parole, mi piace ripercorrere la carriera di quest’uomo visionario ed eccentrico. Un cantore del disagio contemporaneo dell’uomo tra labirinti di teste ormai costruite in mezzo a troppo cemento e nuovi mondi dove la componente principale è la ruggine del ricordo. RUST!

    Luca Matti, nato a Firenze nel 1964, è pittore e scultore con la grande passione per l’animazione. Si occupa per lungo tempo di fumetto, illustrazione e grafica, collaborando con riviste e case editrici.

    Dal 1988 si dedica alla pittura e alla creazione di opere scultoree in camera d’aria sviluppando un personalissimo stile che lo colloca tra i giovani artisti di spicco della scena italiana.

    Dal ’94 il suo lavoro si concentra su tematiche legate al rapporto dell’uomo con la città, utilizzando esclusivamente due colori: il bianco e il nero.

    Con gli anni ha composto un’iconografia di oggetti e interni domestici, di panorami urbani e di figure a metà tra l’uomo e l’insetto.

    Nel suo lavoro non ci sono confini tra disegno, incisione, pittura, video animazione e scultura in camera d’aria. I vari linguaggi si condizionano e si contaminano tra loro, dando vita a un universo fatto di storie, suggestioni, sogni; una fiction in bianco e nero.

    Finora ho lavorato molto sul tema del movimento e della velocità. Adesso sono affascinato dallo spazio. Costruiamo in continuazione, diamo densità allo spazio che ci circonda rinchiudendolo in forme rigide. Mi sto dedicando molto alla rappresentazione di città fittissime fatte di parallelepipedi, nuove Babeli in estensione dove il paradosso è la densità della presenza che, portata al parossismo, diventa invece assenza. Dove la Città sterminata senza soluzione di continuità diventa deserto.”

    Nel 2011 vince il Primo Premio “Settembre d’Arte” di La Spezia, con l’opera Nuovomondo 16,
    a seguito del quale l’anno successivo gli viene dedicata una mostra dal titolo Luca Matti. Nuovimondi.

    Nuovimondi è l’evoluzione naturale di un lavoro che Luca Matti ha sviluppato fin dall’inizio della sua carriera di artista, documentando con pervicace e acuto senso dell’ironia l’aspetto drammatico di una società nella quale ha prevalso il concetto di arricchimento attraverso la cementificazione dei nostri pensieri (vedi uomini con in testa i palazzi) e delle nostre terre, riducendo sempre di più gli spazi destinati all’ossigenazione dell’ambiente indispensabile alla vita.

    Oggi le compagnie petrolifere, gestite da potenti organizzazioni, si stanno adoperando nella ricerca più affannosa e distruttiva di questi ultimi cento anni perforando terre e mari, dividendo i Continenti e producendo un insensato inquinamento.

     In Nuovimondi l’artista usa il bitume, ricavato dal petrolio, per puntare il dito su ciò che potrebbe rappresentare l’estrema fine del mondo.

    I suoi quadri, sculture e animazioni sono visibili sul sito http://www.lucamatti.it

    Ph.Gallery  by Giovanna M. Carli, 2014

    ph. by Massimo Chilleri, novembre 2014